Vivendi – Mediaset: la parola adesso è all’Agcom

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L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha già aperto un’istruttoria. La prima riunione utile potrebbe essere già a metà della settimana

Vivendi – Mediaset: la parola adesso è all’Agcom. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha già aperto un’istruttoria sul caso. La prima riunione utile dopo le festività natalizie potrebbe essere già a metà della prossima settimana. Parola d’ordine: fare il punto sulla situazione con gli uffici competenti.  Ma non sarà quello il giorno del “verdetto”. Insomma, in questa prima riunione post Natale, difficilmente verranno prese decisioni, dal momento che dall’apertura dell’istruttoria il 21 dicembre scorso la situazione Vivendi-Mediaset è rimasta praticamente immutata, salvo il fatto che la società francese è salita ancora fino a sfiorare il tetto dell’Opa (Offerta pubblica di acquisto), con il 29,9 per cento dei diritti di voto e il 28,8 per cento del capitale complessivo di Mediaset. E comunque Agcom per un eventuale provvedimento avrebbe 120 giorni di tempo che, con atto motivato potrebbero diventare anche 180 dalla data di apertura dell’istruttoria. Secondo quanto riportato in un articolo apparso sul quotidiano economico “Sole 24 Ore”, l’intenzione di Agcom sarebbe invece quella di procedere in tempi rapidi.  Anche perché le sorti di una eventuale Opa di Vivendi su Mediaset sono strettamente legate proprio al giudizio di Agcom.

Vivendi-Mediaset: la vicenda

In seguito alla scalata Vivendi, il 20 dicembre scorso Mediaset ha presentato ricorso all’Authority delle comunicazioni per denunciare la violazione del “Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici” (Tusmar), richiesta protocollata il giorno successivo  quando l’Agcom ha deciso di aprire un’istruttoria sul caso.   Nella delibera dell’Autorità viene riassunta la denuncia del gruppo del Biscione. “E’ stato segnalato – si legge nel documento – che la società Vivendi, già titolare al 15 dicembre 2016 di una partecipazione significativa in Telecom Italia, pari al 23,9 per cento, e tale da conferire una posizione di controllo di fatto e comunque di ‘material influence’ sulla stessa Telecom Italia, ha recentemente acquisito una partecipazione di minoranza in Mediaset, superiore al 20 per cento del capitale sociale”. Partecipazione che – si legge ancora nella delibera – non si qualifica secondo la società segnalante di mera partecipazione passiva, ma risponde a esplicite finalità strategiche di mercato, volte ad accrescere  e consolidare la posizione del gruppo nei mercati italiani dei media e dei contenuti.  Oggetto del contendere, lo sforamento dei ricavi  di Vivendi nel settore delle comunicazioni, ricavi che con Telecom Italia supererebbero il massimo del 10 per cento del totale del settore previsto dal comma 11 dell’articolo 43 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, che così recita: “Le imprese, anche attraverso società controllate o collegate, i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai sensi dell’articolo 18 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, sono superiori al 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore, non possono conseguire nel sistema integrato delle comunicazioni (Sic) ricavi superiori al 10 per cento del sistema medesimo”.

Vivendi-Mediaset: i retroscena

Per stessa ammissione dell’amministratore delegato di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, la scalata è partita per mettere pressione alla famiglia Berlusconi e spingerla a un nuovo accordo con i francesi. Questo spiega perché la scalata d’Oltralpe si è fermata a un passo dall’Opa obbligatoria (oltre il 30%). L’ipotesi resta comunque improbabile, ma nel caso in cui si verificasse è possibile che l’Autorità intervenga per chiedere l’intervento di Consob per fermare la presentazione dell’offerta, almeno finché non saranno le quote di mercato stabilite dalla Legge Gasparri. La partita si gioca sui numeri. Per quel che riguarda il Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) i cui limiti sono dettati dall’articolo 43 del Tusmar, i dati in mano ad Agcom sono del 2014, quelli del 2015 dovrebbero arrivare a breve. Secondo questi dati Mediaset, nei mercati rilevanti – ovvero televisione in chiaro, pay tv, radio, quotidiani e periodici – avrebbe il 13 per cento dei ricavi, di poco superiore al tetto del 10%. Vero è che calcoli precisi in merito non esistono e l’attribuzione del 44,7 per cento a Telecom Italia, relativamente ai francesi, citata nel comunicato dell’Autorità, va presa con le pinze. Ed è proprio questa assenza di numeri precisi a rendere più importante la decisione dell’Agcom, non per la mancanza di dati certi, ma per il fatto che in pratica l’articolo 43 del Testo unico, dettato dalla legge Gasparri, non ha mai trovato applicazione. Niente precedenti, nessun vincolo di interpretazione.

C. M.

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