8 marzo di protesta contro discriminazioni e violenza

8 marzo

Le donne scendono in piazza per rivendicare il loro diritto alle pari opportunità e protestare contro le violenze che le vedono protagoniste involontarie.

Quello di quest’anno sarà un 8 marzo meno celebrativo del solito. Le donne di oltre 40 Paesi del mondo hanno deciso di aderire ad uno sciopero globale che le vede unite per protestare contro la violenza a causa della quale ogni anno si contano centinaia di vittime solo in Italia e contro le discriminazioni.

La protesta, partita dalla lontana Argentina, sarà articolata nelle forme più disparate che vanno dallo sciopero bianco, a quello effettivo con l’astensione dal lavoro sia fuori che dentro casa, allo sciopero digitale. E moltissime sono le iniziative e le manifestazioni programmate in tutte le città italiane a cominciare dalla tradizionale cerimonia celebrativa che si svolgerà al Quirinale e che avrà, quest’anno, come tema principale quello della pace rispetto alla quale, da sempre, le donne hanno svolto un ruolo da protagoniste.

Proprio alla vigilia del fatidico 8 marzo sono usciti i dati del Censis sull’occupazione delle donne italiane che ne danno una immagine di vere e proprie ”acrobate tra lavoro e famiglia”.

A penalizzarle, secondo il Centro Studi Investimenti Sociali, non è solo la mancanza di occupazione, ma anche la qualità degli impieghi ottenuti e la retribuzione quasi sempre inferiore a quella dei colleghi uomini di pari livello.

Negli ultimi otto anni si è registrato un boom del part time involontario delle donne: degli oltre tre milioni di italiane che hanno un lavoro a tempo parziale, pari al 32,6% delle occupate, un milione ed 800 mila sono state costrette ad accettarlo per mancanza di offerte di lavoro a tempo pieno. Questa situazione ci pone, in Europa, come fanalino di coda battuti solo da Cipro e Grecia.

Quanto all’accesso delle donne al mondo del lavoro l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i paesi europei con un tasso di attività femminile fermo al 55%. La differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è di 18,4 punti percentuali. Peggio di noi c’è solo Malta, con 25,6 punti; la distanza da Paesi come la Finlandia o la Svezia, dove la differenza è di appena 2,8 punti, è abissale.

Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è del 12,6%, ancora lontano dalla media europea (8,8%) e soprattutto dal 3,9% della Germania e dal 4,8% del Regno Unito.

Sul cattivo posizionamento del nostro Paese influiscono molto i dati provenienti dal mezzogiorno dove vengono raggiunti i picchi massimi di disoccupazione femminile. Nelle regioni del Centro-Nord le condizioni del mercato del lavoro non sono distanti da quelli dei Paesi europei più avanzati.

Anche relativamente all’aspetto qualitativo del lavoro i miglioramenti sono stati insufficienti: le donne infatti continuano ad avere difficoltà a conquistare le posizioni professionali più qualificate e remunerative. Ed è soprattutto nel settore privato che il ”gender pay gap” è elevato con stipendi sensibilmente inferiori a quelli degli uomini a parità di ruolo. Mentre nelle strutture pubbliche il divario è solo del 3,7%, nel privato lo stipendio delle donne è mediamente di 11,8 euro lordi l’ora contro i 14,7 euro degli uomini, con un gap salariale pari al 19,6%. Al crescere della qualifica professionale aumenta la retribuzione, ma aumenta anche il gap retributivo: tra i dirigenti il differenziale tra uomini e donne arriva al 38,7%.

Come messo in luce dal Censis moltissimi sono stati i passi avanti fatti in questi ultimi 70 anni. Dall’approvazione della Costituzione, che all’art. 3 sancisce il principio della parità di genere, le donne rappresentavano solo il 31,5% dei laureati nell’anno. Nel tempo il numero delle laureate è arrivato a superare abbondantemente quello dei laureati: nel 2016 le donne rappresentano il 55,6% del totale. E i progressi ci sono stati anche sul fronte del lavoro. Nel 1977, l’anno dell’approvazione della normativa sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, il tasso di occupazione femminile era del 33,5% e quello maschile del 74,6%. La strada da percorrere per promuovere le pari opportunità è però ancora lunga e questo 8 marzo con meno mimose e cioccolatini, vuole rappresentare un segnale di consapevolezza e di impegno nella direzione della piena emancipazione.

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