Finanziamento ai piccoli comuni, sì del Parlamento

piccoli comuni

Il DDL riguarda i piccoli comuni ed i borghi a rischio di spopolamento e attua una strategia per il contro esodo.

Il “Piano per salvare i borghi”, presentato in Parlamento dal presidente della Commissione ambiente Ermete Realacci, è diventato legge.

Lo è diventato grazie a una votazione (quasi) unanime dopo tre legislature e prevede una serie di emendamenti per salvaguardare i piccoli comuni. Secondo le stime redatte dal governo, sono 5.591 i comuni italiani con meno di  5.000 abitanti (ossia il 70 per cento del totale) ad essere presenti nel nostro Paese, con un totale di 10 milioni di italiani, circa il 16 per cento della popolazione.

La gestazione del testo non è stata semplice. Ma, dopo tre anni, i parlamentari sono stati concordi nell’inserire, all’interno della legge, lo stanziamento di un preventivo di 100 milioni di euro l’anno che verrà erogato ogni dieci anni fino ad arrivare a una spesa complessiva di 1.000 milioni di euro.

“Le risorse a disposizione dovrebbero essere aumentate, è vero, ma questa legge è già un grande passo in avanti” ha dichiarato Marco Bussone, vice presidente di Uncem Piemonte. “Bisogna osservare i contenuti della legge e la possibilità di integrare una serie di progetti che possano davvero offrire una nuova speranza ai piccoli centri italiani” ha concluso.

Questo provvedimento legislativo ha alla base il concetto che dalle periferie nasca una richiesta di defiscalizzazione per chi promuove nuove attività economiche nei piccoli centri che potrebbero diventare “la cassaforte” dei comuni italiani. E’ proprio in questi centri che si detengono ancora vive le tradizioni più antiche, dove si trasformano le storie e i dialetti e dove si coltivano e si valorizzano quasi tutti i prodotti tipici. Inoltre diventa sempre più importante dare corso ad un piano che eviti lo spopolamento dei piccoli comuni e riduca il gap dei servizi tra chi abita in città e chi ancora resiste in periferia.

Nonostante la crisi dei piccoli centri, alcuni comuni hanno deciso di rimboccarsi le maniche e far rivivere i propri borghi ormai spopolati.

Ad esempio, nel comune di Ostana, in provincia di Cuneo, erano rimaste solo 5 persone alla fine degli anni ’60, in quanto gli abitanti, per trovare lavoro, si erano trasferiti nelle città industrializzate. L’inversione di tendenza di questo centro di montagna si è verificata con investimenti contenuti che hanno permesso la creazione di diverse attrazioni turistiche con buoni risultati. Tant’ è che Ostana si è ripopolata ed ora vi sono diverse piccole imprese attive che danno lavoro a circa 50 persone.

Per non parlare poi di quanto avvenuto a Zeri, in provincia di Massa Carrara, in Toscana, divenuto noto come “il paese che non c’è” (perché non risultava neanche più segnato nella cartina geografica) dove venti donne pastore hanno formato un consorzio che valorizza i prodotti e organizza eventi al fine di promuovere il territorio, mettendo in moto una filiera economica che abbraccia sia il  settore agricolo che quello turistico, ed ha riportato lavoro in quella zona.

Giulia Fortunato

 

 

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